Jamie Turner vs Brett Sutton le due medaglie a confronto…

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Dopo l’evento di triathlon femminile di Rio 2016 mi è balenata la stravagante idea di voler identificare le medaglie delle prime due donne e cioè quella della svizzera Nicola Spirig e quella dell’americana Gwen Jorgensen analizzando direttamente i loro differenti allenatori, mettendo a confronto la loro metodologia, la loro persona, per comprendere come sono riusciti a farle raggiungere l’importante traguardo olimpico.

Jamie Turner neozelandese, ci tiene a dire non triathleta, ma atleta tanti kilogrammi fa. Nel 2008 segue la squadra olimpica di triathlon del Cile. Dopo diviene allenatore della squadra australiana e canadese, tale incarico viene portato avanti dallo stesso da circa venti anni. A questo gruppo di atleti si sono da qualche anno aggregati inoltre alcuni atleti americani tra i quali anche Gwen Jorgensen. Il suo gruppo ha la sua principale base a Wollongong in Australia, e si fanno chiamare i “Wollongong Wizards”. Il gruppo di circa 20 atleti si allena, come scelta di Turner in due località australiane: Wollongong, Falls Creek (una località a 800 metri di altura situata nella provincia di Victoria) ed in Spagna nei Paesi Baschi. L’americana decide di farsi seguire dal kiwi e di dare una svolta alla sua carriera sportiva dopo il disastroso risultato delle olimpiadi di Londra 2012. Jamie Turner rispetto al collega segue una filosofia leggermente differente: dice che bisogna concentrarsi sul come si gareggia piuttosto che sul risultato che si ottiene, e per vincere bisogna smettere di pensare alla vittoria. Lui è convinto del fatto che bisogna risparmiare energie mentali e dimenticare il risultato, la mente infatti come dice, pesa il 2-3% di tutto il peso corporeo ma consuma quando utilizzata intensamente il 20% delle energie totali del corpo. Lasciare andare la testa il giorno della gara significa consumare energie che potrebbero essere utilizzate per vincere. Per lui è importante concentrarsi sui dettagli della gara come il posizionamento del materiale in zona cambio, una transizione impeccabile, una perfetta mount in T1 e dismount in T2. Invece secondo lui questo viene spesso tralasciato dagli amatori che pensano solo ad allenarsi e che per loro non è una cosa importante. Per gli atleti lui rappresenta il loro business, il loro scopo principale che è la vittoria. Inoltre è convinto dell’importanza di scegliere accuratamente i posti di allenamento che devono essere considerati dagli atleti come le loro seconde case. Bisogna dar loro degli stimoli multiculturali affinchè gli stessi possano crescere anche come persone. Ispirare l’atleta ad avere di più da quello che fa e fare in modo che il “che” sia sostituito dal “perchè” e dal “come”. Il neozelandese ha utilizzato, a differenza di Sutton tutti i mezzi a dispozioni della tecnologia per analizzare il più possibile i miglioramenti della ragazza americana. Addirittura per procedere a memorizzare il più possibile la gara dei giochi olimpici, i due hanno usato un video del percorso in bici per visualizzare ogni particolare. Ed a quanto pare la scelta effettuata sia di cambiare allenatore che di usare tecniche di preparazione avanzate anche dal punto di vista tecnologico, hanno decisamente pagato. Dopo un passato molto alternato la Jorgensen mette a segno dal 29 maggio 2014, 15 vittorie in WTS, un secondo posto in nella Gold Coast ed un terzo posto ad Amburgo. E dulcis in fundo la tanto sognata e meritata medaglia d’oro che la incorona regina incontrastata di Rio.

Brett Sutton classe 1960, australiano, ex pugile professionista, conosciuto per i suoi metodi di allenamento piuttosto rigidi e per la sua forte critica nei confronti della ITU e dei suoi giudici di gara. Nel 1999 viene condannato per offese sessuali commesse alla fine degli anni 80 nei confronti di una ragazza nuotatrice seguita da lui. Viene sospeso come allenatore e gli viene notificato il divieto a vita di praticare l’attività di allenatore in Australia. Si stabilisce quindi a Leysin in Svizzera con la sua nuova famiglia. E’ in ogni caso riconosciuto come uno dei migliori allenatori di triathlon del mondo. Brett Sutton è il fondatore della società trisutto.com, con la quale dice di voler condividere le metodologie di allenamento che hanno aiutato così tanti atleti a diventare campioni a tutto il pubblico del triathlon. Per fare questo ha formato un team di allenatori per divulgare queste tecniche come una Task Force mondiale. Anche lui sottolinea l’estrema importanza dell’attitudine mentale, “costruire l’atleta dai suoi errori piuttosto che convivere con loro”. L’atleta deve essere formato da: forza, perseveranza ed auto disciplina. L’allenatore australiano è famoso per il suo stile autoritario nel quale l’atleta deve credere nel coach in modo incondizionato, inoltre dichiara di essere scettico nei confronti dell’uso incondizionato di cardio frequenzimetri e misuratori di potenza, ed è convinto che la periodizzazione per uno sport aerobico come il triathlon non funziona. In una intervista dice che non è vero che il triathlon deve essere ancora considerato come un bambino in crescita, e che questo viene detto solo da coloro che lo vogliono sfruttare per scopi economici e proprio per questo non riesce a crescere come dovrebbe. Insomma una personaggio che unisce genio, sregolatezza e grandi capacità personali di individuare le caratteristiche personali e di sfruttare le capacità produttive dell’atleta partendo proprio dai suoi difetti.  Forse proprio questo suo modo di fare così rigido è la caratteristica che lo rende così apprezzato dai suoi seguaci. Probabilmente alcuni atleti hanno bisogno di questa autorità incondizionata. La Spirig vince con lui l’oro a Londra 2012, e si trova a dover affrontare il difficile cammino del campione olimpico che deve dimostrare al circuito mondiale di essere ancora la persona da battere. Sutton decide di farle fare un percorso di avvicinamento a Rio completamente diverso dalle altre, per questa ragione si confronta molto poco con le sue avversarie sino quasi ai Giochi Olimpici. A marzo però in una delle poche WTS nelle quali partecipa, cioè quella di Abu Dhabi, la svizzera cade durante la frazione di bici e si frattura il polso. Viene operata attraverso un sistema innovativo, le vengono inserite tre placche e 23 viti ed il chirurgo le spiega che nel caso di una nuova caduta non avrebbe potuto fare mai più triathlon in tutta la sua vita. La scelta di continuare nonostante i rischi connessi si dimostra molto coraggiosa e continua la sua #RoadToRio. A questo punto lo stesso Sutton ammette di aver creduto che fosse quasi tutto perduto, gli modifica immediatamente tipologia di allenamento, decide di farla nuotare di più, ma subito le viene diagnosticata anche una micro frattura della spalla destra, che constringe entrambi a nuovi rapidi adattamenti. Dopo aver recuperato dall’incidente, lui dice di essersi concentrato sul suo miglioramento in bici e corsa, voleva che potesse tenere i ritmi della Duffy nel caso ci fosse stata una fuga. Vince due 70.3, sia quello di Pescara che quello in Norvegia. A Pescara effettua uno split di corsa di 1:14:54 che rende bene l’idea di come Brett stesse lavorando sulla sua corsa. Poi gli ultimi aggiustamenti per portarla a nuotare come un surfista australiano per cercare di perdere il meno possibile nelle acque dell’oceano brasiliano. Lui dice che sapeva che l’americana sarebbe stata imbattibile sul finale della corsa ma, ha cercato di rendergli la vita più dura possibile ed a posteriori dobbiamo dargli atto che ci è riuscito in pieno.

 

 

 

 

 

La grinta di sfidare la certezza…

 

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La gara femminile di Rio 2016 non è stata così scontata come quella degli uomini, certamente tutti sapevamo che l’americana non aveva rivali nella corsa, ma almeno la grinta della svizzera ha reso tutto meno scontato. Ho letto commenti post gara che criticavano la sfrontatezza della Spirig nel voler essere davanti a tirare il gruppo delle leader che avevano messo in atto una fuga per non farsi raggiungere dalle inseguitrici. Io credo che abbia fatto bene, lei sicuramente era molto preparata anche su distanze più lunghe, visto i suoi risultati,anche al 70.3 di Pescara dimostrava di essere un gradino sopra a tutte. Ci ha provato con grinta e determinazione fino in fondo, mentre nessuna ha tentato nulla, neanche la forte ciclista delle Bermuda Duffy, che sabato sembrava una principiante in confronto.La sua passività però l’ha pagata cara perchè dopo la frazione di bici è praticamente scomparsa, lei che è leader delle WTS di questa stagione. Tenere il ritmo molto alto era l’unica mossa per poter fare in modo di stancare la Jorgensen e tutte le altre ragazze il più possibile ed inoltre avrebbe evitato che da dietro potessero provare a rimontare posizioni pericolose altre atlete forti nella corsa.

Lei è stata l’unica che l’ha sfidata e le ha fatto sentire il “fiato sul collo” ed una pressione psicologica ben giocata sino alla fine, anche nello scambio di parole sul finale, che come due ciclisti si sfidavano ad andare avanti a tirare, la svizzera si è dimostrata beffarda dicendole che lei la medaglia già l’aveva sul collo.

La svizzera infatti aveva rallentato nel rettilineo finale controvento per non bruciare altre preziose energie, visto che dietro a meno di venti secondi le due inglesine Holland e Non Stanford si stavano aiutando per portare a casa un bronzo sicuro o addirittura uno sperato argento. Alla fine come era previsto negli ultimi 800 metri la Jorgensen ha messo il turbo e nulla ha potuto più la svizzera contro il ciclone americano, ma, chapeaux ad una donna di 34 anni che dopo l’oro di Londra ha anche avuto un bambino e che  dimostra di poter essere ancora in grandissima forma e sicuramente la prossima star della lunga distanza. Bronzo invece alla inglese Holland che in volata batte la sua sparring partner Non Stanford. Le nostre italiane, non hanno molto brillato, a parte il fatto che la Bonin è riuscita a tenere il gruppo di testa per tutta la frazione di bici ma si sapeva del resto che a corsa avrebbe potuto fare ben poco. E con una lacrima di dispiacere che mi scende sulla guancia vi dico che purtroppo dovremo aspettare altri quattro anni per vivere altre emozioni come queste! Grazie comunque #italiateam…

 

 

Rio 2016 gli alieni tra noi…

 

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Scrivo questo pezzo sulla scia emotiva della gara maschile di triathlon di Rio 2016 che è stata effettuata ieri alle 11 ora locale. Come avevo prospettato, nulla è stato come pensavamo. Durante il corso della stagione gli spagnoli avevano dimostrato una forza inarrestabile, Mario Mola era il Re indiscusso delle WTS. Mentre il suo connazionale Javier Gomez Noya aveva preferito rimanere un pò in disparte per preparare quell’unico appuntamento che lo avrebbe riscattato dall’argento vinto a Londra 2012. Lui cercava la vittoria con tutto il suo cuore, ma proprio mentre si apprestava a concludere la sua carriera come atleta su distanza olimpica per lanciarsi definitivamente sulle lunghe distanze, a metà luglio dopo un allenamento in bici e mentre rientrava a casa, una caduta che gli ha procurato una frattura del braccio, ha compromesso tutti suoi sogni di gloria.

Quindi tutto quasi azzerato per il Team spagnolo. Mentre i due fratelli inglesi Brownlee dimostravano nel corso della stagione una crescita di performance che la diceva lunga su quanto sarebbe a breve accaduto. La gara si definisce immediatamente, un nuoto al massimo, grazie alla “lepre” slovacca Varga che impone subito nel nuoto un ritmo sfrenato. Da sottolineare una bellissima prestazione in acqua del nostro italiano Fabian che, del resto, come abbiamo avuto modo si conoscere, nulla avrebbe potuto nella corsa finale se non mantenere e difendere eventualmente le posizioni guadagnate nella bici.

Una T1 velocissima ed un immediato rilancio nei primi chilometri della frazione di bici che permette ai fratelli inglesi ed ad un gruppetto di atleti tra i quali il francese Luis, il sudafricano Shoeman, Fabian, Varga, Salvisberg, Kanute e Royle di effettuare una fuga straordinaria sino alla fine della bici.

Una frazione di corsa stratosferica, nella quale dimostra di avere decisamente una marcia in più rispetto a tutti gli altri, porta Alistair Brownlee a doppiare il successo ottenuto ai precedenti Giochi Olimpici facendolo diventare il primo atleta a vincere per due volte di seguito la rassegna olimpica. L’argento rimane in casa perchè vinto dal compagno di allenamento e fratello, mentre il bronzo viene agguantato dal sudafricano Shoeman che riesce a battere il francese Luis che paga sul finale il fatto di aver cercato di tenere il ritmo degli inglesi nella prima parte della corsa. Anche Varga con il suo decimo posto porta a casa la gara della vita, a questo punto quindi essere lo sparring partner dei forti inglesi gli ha fruttato una magnifica top ten position. Non ci resta che attendere le ragazze per vedere chi sarà la regina di Rio 2016!